Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mafia. Mostra tutti i post

giovedì 8 aprile 2010

Mafia, 'Ndrangheta e Chiesa



Pochi giorni fa, sui giornali, campeggiava una notizia: spari sulla cancellata di un priore a Sant'Onofrio, paesino alle porte di Vibo Valentia.
Cos'è successo? Semplice. Michele Virdò, priore della confraternita del Santissimo Rosario, che si occupa di organizzare la famosa “Affruntata” (manifestazione religiosa in cui i simulacri della Madonna e del Cristo risorto si incontrano con la mediazione di San Giovanni), insieme al parroco don Franco Fragalà, ha deciso di rispettare un documento inviato dal vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, Luigi Renzo, in cui si invitava a tenere lontane dalle processioni le “persone discusse”.
Si è quindi deciso di non procedere all'incanto, una specie di asta per raccogliere i fondi necessari all'organizzazione della festa, per decidere chi avrebbe portato a spalla la “vara” di San Giovanni, che in passato era sempre stato appannaggio delle famiglie di 'Ndrangheta locali.
Ovviamente i delinquenti non hanno gradito, e hanno manifestato il loro disappunto nell'unico linguaggio che conoscono: l'intimidazione. Ma la Chiesa ha mantenuto la barra e ha cancellato la manifestazione, dimostrando chiaramente l'intenzione di fare un po' di cristiana pulizia.

Per chi, come me, è nato e cresciuto in Sicilia, l'esistenza di zone grigie, se non di connivenza, tra criminalità organizzata e chiesa non è certo notizia sorprendente.
Al contrario è qualcosa di assodato, come l'aria che si respira. Tante volte ho sentito uomini di chiesa (laici e non) giustificarsi dicendo che anche i mafiosi sono figli di Dio e la chiesa non può rifiutare l'accoglienza alle pecorelle (ancorché smarrite) del Signore.
Argomentazione piuttosto fallace, ma che ha resistito e resiste ancora nelle menti di questi pseudo-cristiani della domenica.
Leggere quindi questa notizia mi ha ridato un po' di ottimismo e di fiducia in una istituzione che non mi è mai particolarmente piaciuta. In questi giorni di scandali che vedono la chiesa, a mio parere giustamente, accusata di aver coperto i preti pedofili, mi è sembrato quasi un segnale “divino”.
Pur non essendo cattolico ne tanto meno cristiano, ho sempre pensato che la chiesa potesse svolgere un ruolo importante nella nostra società, se portatrice di veri valori cristiani.
Da ragazzo anch'io ho frequentato la parrocchia vicino casa, e ho dei ricordi molto belli. Facevo parte di una piccola banda musicale creata da un padre missionario, padre Gabriele, di cui ancora oggi ricordo il sorriso. Un uomo speciale che per me è stato un esempio di vero amore verso il prossimo senza distinzione di razza, colore della pelle o fede religiosa.
Purtroppo, crescendo, altri sono stati gli esempi dati dai suddetti uomini di chiesa, sempre troppo propensi a predicar bene e razzolare male.
Ma questo priore, il parroco ed il loro vescovo, mi hanno ricordato che la chiesa è fatta di uomini, con tutti i loro vizi e le loro virtù.
Pensando a loro la mia mente è subito corsa al festino di S.Agata, a Catania, dove la mafia regna incontrastata e addirittura sfrutta la festività per raccogliere i soldi del pizzo (per gli scettici non catanesi vi rimando alla bellissima puntata di Report sull'argomento).
L'uso che si è fatto, e si fa, di una festa patronale così importante, è quanto di più anticristiano si possa immaginare. Le “candelore” che ballano sotto le case dei boss mafiosi, che si sfidano in prove di forza attorno alle quali si è sviluppato un fiorente giro di scommesse clandestine, è quanto di più schifoso si possa immaginare. Purtroppo il vescovo di Catania, Dio non lo abbia troppo in gloria, non ha ancora trovato la forza di opporsi a questo scempio.
Spero che l'esempio dato dai suoi confratelli calabresi, che si trovano a fronteggiare l'organizzazione criminale più potente d'Italia e forse del mondo, possa illuminare il suo cuore e quello di tanti altri uomini di chiesa che ancora oggi, al coraggio di Cristo, preferiscono l'omertà di Pilato.
Amen.

lunedì 4 gennaio 2010

Pippo Fava, ovvero il coraggio delle idee

La prima volta avevo 14 anni. Erano i miei primi giorni a Catania,  l'autobus che mi portava a S.G. Galermo passava da via dello Stadio.
Davanti al teatro Verga vidi la targa in sua memoria.
A casa avevo sentito il suo nome, Pippo Fava, ma non avevo idea di chi fosse.  Scesi dall'autobus e andai a leggerla, ebbi una sensazione strana, e un brivido alla schiena mi fece capire che quella targa ricordava qualcosa di speciale, un uomo speciale, raro, uno di quelli che non temono il destino che le proprie idee gli riservano.
Cominciai a chiedere di lui, cercai di capire, e un giorno lessi un suo articolo che mi folgorò.  

Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.
Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali, ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!
Ecco lo spirito politico del Giornale del Sud è questo! La verità! Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà! Se l’Europa degli anni trenta-quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale, decine di milioni di uomini non sarebbero caduti per riconquistare una libertà che altri, prima di loro, avevano ceduto per vigliaccheria.
E’ una regola morale che si applica alla vita dei popoli e a quella degli individui. A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: "Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, né la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!"

"Lo spirito di un giornale", Pippo Fava, 11 Ottobre 1981

Queste parole mi colpirono, ma poi le dimenticai, per anni, fin quando l'avvento della Rete mi diede di nuovo la possibilità di leggerle, e di approfondire la conoscenza di questo grande uomo.

Oggi, ad un giorno dal 26° anniversario della sua morte, queste parole ci riportano all'origine dei mali di questo Paese. E ci ricordano quanto importante sia, per la vita di uno Stato e per la democrazia in sé, un giornalismo fatto da uomini liberi.

Voglio chiudere questo post con le parole di Riccardo Orioles, giornalista che ebbe la fortuna di lavorare con lui.

"Ma insomma, si può sapere che cos’è lei, politicamente?" gli chiesi una volta, da quel fighetto "di sinistra" che ero. "Io? Io sono tolstoiano..." sorrise lui, e ci ho messo vent’anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava per il culo.




P.S.: ...tutto quello che vi accadrà nella vita dipenderà da come voi sarete capaci di stare con la mafia o di lottare contro la mafia. E allora, se tutto quello che è accaduto negli ultimi 100 anni non è accaduto inutilmente, se la cultura ha un valore, se il senso della libertà corrisponde veramente al senso della dignità dell'uomo allora, per Dio, voi dovete lottare...

(post scriptum tratto da un discorso di Fava all'università di Catania, aggiunto qualche ora dopo aver scritto questo post, e dedicato ad un amico che ha avuto la fortuna di ascoltarlo in un incontro con gli studenti ai tempi del liceo)





 

domenica 27 dicembre 2009

Fra le righe... #3


"Se un uomo non è disposto a rischiare per le proprie idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui" Ezra Pound.
Questa è la frase in calce al blog di Gioacchino Genchi, Legittima Difesa.
Ed è da una intervista fatta da Edoardo Montolli a Gioacchino Genchi che nasce il libro che sto leggendo in questi giorni, Il caso Genchi -Storia di un uomo in balia dello Stato- e di cui voglio parlarvi.
In un paese normale un libro come questo avrebbe provocato un terremoto istituzionale devastante. Secondo me avrebbe potuto tranquillamente portare all'impeachment del Presidente della Repubblica. Ma questo è il paese di sottosopra, ed è chiaro che non succederà un granché... e credetemi, lo dico veramente a malincuore...

Fra le righe di questo libro sto ri-trovando un filo conduttore, una specie di sentiero che tante volte mi era sembrato di intravedere ed altrettante volte avevo perso per la difficoltà di accedere ad un certo tipo di informazioni. Adesso che Genchi, accusato delle peggiori nefandezze, è stato sollevato (in quanto indagato) dalla segretezza a cui era tenuto come consulente tecnico dei tribunali di mezza Italia e come vicecommissario di polizia, possiamo finalmente sapere i nomi dei personaggi che, dai tempi di Falcone fino alle inchieste di De Magistris passando per i crac Cirio e Parmalat e lo scandalo delle intercettazioni (queste si illegali) della Telecom, si sono adoperati, mantenendo un profilo basso, per condizionare e distorcere la vita democratica di questa nostra bistrattata nazione. La sensazione che ho avuto (e che sto ancora provando) leggendo questo libro è quella di avere finalmente fra le mani un quadro d'insieme che ricollega ciò che legami sembrasse non avere... e non nascondo che ogni tanto ho anche avuto dei brividi alla schiena, tanta e tale è la mole di informazioni contenute in queste 950 pagine...
Sicuramente mi sento di dire , a chi volesse capire la storia d'Italia degli ultimi 20 anni, che non può fare a meno di questo libro. Dopo averlo letto niente vi sembrerà più come prima...

venerdì 20 novembre 2009

Agenda rossa, quei buchi neri e le sentenze clone

Questo articolo è tratto dal numero oggi in edicola de Il Fatto Quotidiano. È scritto da Sandra Amurri (giornalista molto brava e competente) e parla dell'ultima sorpresa riguardo all'ormai irraggiungibile agenda rossa di Paolo Borsellino. Badate bene che attorno a quella agenda nasce l'Italia in cui viviamo oggi. E che ancora si regge sui ricatti generati da quella agenda. Ma forse siamo alla fine di questo regime del ricatto. C'è bisogno di aria nuova in Italia. Un disperato bisogno.
La sentenza della VI sezione della Corte di Cassazione presieduta da Giovanni De Roberto che scrive la parola fine sulla possibilità di istruire un processo per poter illuminare quella zona di buio pesto che avvolge la sparizione dell'agenda rossa di Paolo Borsellino è del 17 Febbraio 2009 e la motivazione è stata depositata il 18 marzo ma se ne è avuta notizia solo ora.
Prima stranezza. Sentenza che conferma quella emessa il 21 aprile 2008 dal gup di Caltanissetta, Scotto Di Luzio, non proprio consueta in quanto il gup – andando al di là del suo ruolo, cioè verificare se esistono elementi sufficienti per celebrare un processo – entra nel merito valutando tutti i fatti di prova facendone un'analisi critica: non esiste la prova che Borsellino avesse con sé l'agenda quella domenica e semmai l'avesse avuta sarebbe certamente andata distrutta nell'esplosione. Dunque il processo per furto con l'aggravante di reati commessi per favorire Cosa Nostra a carico dell'allora capitano dei carabinieri e oggi colonnello Giovanni Arcangioli, non s'ha da fare.